LUOGO EVENTO: Pavia

DATA EVENTO: 1462, settembre - dicembre 28

DESCRIZIONE

Lettera di un procuratore di Pavia al duca: riferisce sull’indagine relativa al tentativo di Manno di convincere un convertito a tornare all’ebraismo, il monaco Costanzo Romano, battezzato dal cardinale Firmano ed entrato nell’ordine di San Ambrogio; il monaco ha testimoniato che Manno e suo figlio hanno cercato di convincerlo a tornare all’ebraismo, citando un proclama emanato dal sultano turco, che offriva benefici a chiunque venisse a Costantinopoli e abbandonasse il cristianesimo accettando l’Islam o l’ebraismo; il monaco ha deciso di simulare l’acquiescenza e Manno ha scritto ad alcuni ebrei residenti nella Repubblica di Venezia, che avevano già avuto esperienza nell’allontanare i cristiani dalla loro fede; saputo ciò, è stata inviata una delegazione al doge per esortarlo a prendere provvedimenti per punire gli ebrei nella Repubblica; il monaco è in possesso delle lettere che Manno e suo figlio hanno scritto agli ebrei veneziani; lettera del vicario al duca: Isacco di Cremona è in credito di 600 ducati d’oro con Manno di Pavia e, poiché Manno è stato accusato, Isacco teme per il suo denaro; Isacco ha in mano un biglietto scritto in ebraico, ma il vicario sospetta che l’intera faccenda sia un pretesto per contrabbandare il denaro di Manno e chiede istruzioni al duca; lettera del vicario al duca: questi conferma tutto quanto detto sopra, ma che Manno non può essere interrogato perché si trova a Lodi; fingendo di voler discutere di affari, il vicario ha convocato il figlio di Manno, Giacobbe, anch’egli sospettato, ma questi insospettito ha mandato il fratello Cressone al suo posto; il vicario ha deciso allora di recarsi a casa di Manno e, trovandovi Giacobbe, gli ha chiesto di accompagnarlo a vedere la sua biblioteca; tuttavia Giacobbe, essendo un uomo del duca, ha insistito affinché il vicario gli mostrasse un documento di autorizzazione del duca; alla fine il vicario ha costretto Giacobbe ad accompagnarlo sotto minaccia e questi ha ammesso di conoscere il monaco, ma che quest’ultimo era entrato fraudolentemente in possesso di alcuni suoi libri; nel frattempo si è saputo che Anselmo, cognato di Manno e anch’egli accusato, ha negato l’accusa, affermando di aver saputo della relazione da Manno e Giacobbe e di essere disposto a dire al duca tutta la verità; il padre di Manno, Aberlino, che vive nella Repubblica di Venezia, ha informato il figlio che la questione è stata resa nota alle autorità veneziane, e di conseguenza Manno è fuggito, portando con sé più beni possibile; Giacobbe ha continuato a negare, ma sotto tortura ha ammesso che lui e suo padre avevano cercato di convincere il monaco a tornare all’ebraismo: il loro piano era di mandarlo dal padre di Manno e da suo cognato Zaccaria, che lo avrebbero mandato a Costantinopoli; quando il monaco arrivò a Venezia, però, Aberlino e Zaccaria si rifiutarono di mantenere la promessa e fu allora che il monaco si lamentò con le autorità veneziane; Giacobbe ha negato che qualcun altro fosse coinvolto ma ha confermato che Aberlino e Zaccaria avevano aiutato alcuni spagnoli, che desideravano tornare all’ebraismo, a salpare da Venezia per Costantinopoli; il vicario si è adoperato per evitare che venisse sottratto qualcosa dalla banca di Manno e Aberlino a Pavia, ma vi ha trovato poco denaro, anche se c’era un gran numero di pegni, e ha ordinato a Manno e Aberlino di presentarsi davanti a lui se vogliono salvare la vita di Giacobbe; lettera del vicario al duca: riferisce che Giacobbe ha confessato e ammesso quanto affermato in precedenza; da ulteriori indagini è emerso che nel marzo 1462 un gruppo di spagnoli convertiti al cristianesimo, ritornati all’ebraismo, era stato inviato da Venezia a Costantinopoli da Manno, Aberlino, Zaccaria e altri ebrei; il vicario ha ordinato a Manno e Aberlino di comparire davanti a lui, ma non l’hanno fatto, e suggerisce al duca di ascoltare il rapporto direttamente da Giacobbe; lettera del vicario al duca: riferisce di aver indagato sui beni del cognato di Manno, Anselmo, e di aver scoperto che ha 800 ducati depositati nella banca del suocero, Aberlino, e possiede gioielli e altri beni per un valore di altri 200 ducati; ha anche alcune proprietà di valore sconosciuto a Lodi; Anselmo non ha commesso alcun reato, ma è stato confermato sia dal monaco che da Giacobbe che Anselmo sapeva della fuga di Manno; il vicario chiede istruzioni; lettera di un notaio di Pavia al vicario: conferma il ricevimento della sua lettera e riferisce di aver cercato Anselmo, ma di non essere riuscito a rintracciarlo




SCHEDATORE: Luca Campisi

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